“Le penultime lettere di Jacopo Ortis” di Michela Cantarella

 

Un misterioso manoscritto di Foscolo con un incredibile potere: far innamorare chi lo legge. Intorno alle sue pagine ruotano le vite di Ernest, architetto gay con la passione per le trame improbabili, perennemente innamorato dell’amore; Amanda, blogger delusa che dell’amore non vuole nemmeno sentir parlare; Giulia, barista tuttofare con una laurea in Lettere appesa al chiodo. Ma al Café du Cinéma, il locale di Pavia dove lavora Giulia, irrompono anche Adriano, insegnante dai pessimi rapporti con la tecnologia e grande fan del Torino, e Lorenzo, giovane ricercatore universitario deciso a risolvere l’enigma delle Penultime lettere di Jacopo Ortis.
Tra eliche di aerei e segnali stradali rubati, lettere perdute e amori recuperati, il piacevole e divertente esordio letterario di Michela Cantarella colpisce per il suo tocco leggero, incisivo e ritmato, impreziosito da uno stile ironico e arguto.

Un misterioso carteggio che riesce a far innamorare chi lo legge è il protagonista dell’esordio di Michela Cantarella che ambienta l’intera vicenda nella sua Pavia. Le penultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo di poco più di cento pagine per raccontare come sia difficile aprirsi, di come spesso ci facciamo frenare da noi stessi perchè la felicità fa paura: paura di averla e perderla senza poter lottare. Un bar che attira a sé le vite di questi esseri umani che si trovano nel limbo del “ma è veramente questa la mia vita?”. Nessuno di loro riesce a capirsi ed ad aprirsi con gli altri fino al ritrovamento delle ultime lettere di Jacopo Ortis che come un elisir di verità riescono a superare le loro paure e ad afferrare la felicità.

Personaggi che possono sembrare veri: dei ragazzi che hanno inseguito i loro sogni con tutte le loro forze raccontati con uno stile narrativo piacevole che a tratti ricorda il giallo. Un espediente narrativo quello delle lettere che trovo molto interessante e che forse avrei approfondito di più, così come il rapporto tra la proprietaria del bar e la figlia.

La lettura scorre senza intoppi se no per un termine che avrei evitato: quel “limone duro” pronunciato da Ernest non l’ho proprio digerito perchè stona con lo stile dell’autrice che forza, a mio avviso, la caratterizzazione di questo personaggio che risulta il più bello e sfaccettato. Per il resto è una bel romanzo breve che per i primi pomeriggi al parco seduti sotto l’ombra di un bell’albero risulterà un degno compagno di ozio. Consigliato a chi ama i romanzi gialli con un’indagine ma senza cadaveri, bensì con la ricerca di un perchè e di una svolta.

È un romanzo sui se e i ma che non fanno andare avanti e della sensazione di stare fermi mentre tutto si muove.

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Vi aspetto e vi auguro una buona lettura!

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Paola Calefato

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